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Sormani. L’ordine del tempo

venerdì 13 Marzo 2026 / domenica 10 Maggio 2026

Una pittura lenta, riflessiva, sospesa, in cui ogni segno riconduce a un ordine preciso.
Paesaggi e spiagge, treni, barche, un tavolo, una sedia, una fontana, un albero, un mazzo di carte sono immersi in atmosfere silenziose, avvolti in una luce diffusa e tersa. Una quiete sospesa che infonde calma e serenità. Una metafisica del quotidiano, come l’hanno definita i critici e storici dell’arte Decio Gioseffi e Sergio Molesi, che esclude la figura umana, ma ne esalta le tracce, i manufatti, collocandoli in uno spazio ben definito e in un tempo rarefatto. O meglio, un realismo psicologico ricco di evocazioni simboliche nell’architettura della composizione sempre semplice e sobria.
A cent’anni dalla nascita, la mostra rende omaggio a Marino Sormani (Aurisina 1926 – Trieste 1995) con l’esposizione di una cinquantina di opere che raccontano l’evoluzione stilistica del maestro triestino, sempre molto attento tanto al segno grafico quanto al colore.
Dai taccuini e album fitti di disegni e schizzi, si passa alle prove a olio dei primi anni Cinquanta, opere di grande intensità cromatica – tra le quali alcune del suo periodo parigino – fino a giungere alle tavole della maturità in cui schiarisce la tavolozza, abbandona l’olio per l’antica tecnica della tempera all’uovo e ammanta il soggetto di una luce mattinale che lo ha reso riconoscibile tra tutti. Accanto ai dipinti, alcune prove di grafica in cui il piacere del segno netto, nitido, senza alcun ripensamento ci ricorda quanto fosse importante per Sormani l’ordine, “quello con la O maiuscola”, come lui stesso diceva.

«Non ho cominciato a dipingere da bambino, ma più tardi, per una scelta precisa. Come avviene quasi sempre, si comincia per gioco, poi si fa seriamente. Il fatto è che la mia pittura non esce di getto, ma richiede una certa ricerca, una certa lucidità: il lavoro più duro per me è quello di “pensare” il quadro. Il mio fare spiagge deserte è qualcosa di insito in me, devo e voglio farle. Certe cose piacciono anche senza che lo vogliamo. Dipingere in un certo modo dipende dall’educazione, dalla cultura, dalle esperienze, c’è in questo qualcosa di imponderabile»

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