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SUMMARY:In viaggio con Casanova. L’approdo a Trieste
DESCRIPTION:Un ospite forestiero scende il 15 novembre 1772 alla Locanda Grande\, edificata in quella che oggi è Piazza Unità d’Italia. E’ un uomo di mezz’età\, disinvolto e affabile\, che nei locali dell’albergo – teatro solo quattro anni prima dell’assassinio di Johann W. Winckelmann – si trattiene a riordinare degli appunti per un suo progetto editoriale. \nL’ospite è molto di più che un disinvolto uomo di mondo: è Giacomo Casanova. \nNel 2025\, anno in cui ricorrono i 300 anni dalla nascita di Casanova (1725-1798)\, il Civico Museo petrarchesco piccolomineo ricorda il periodo in cui lo scrittore ha vissuto a Trieste\, dal 15 novembre 1772 al 14 settembre 1774\, con la mostra “In viaggio con Casanova. L’approdo a Trieste” a cura di Alessandra Sirugo. \nAl Museo petrarchesco piccolomineo\, si potranno ammirare prime edizioni patrimonio della Biblioteca Civica\, stampe e pubblicazioni che illustrano la cultura teatrale e letteraria del suo tempo. Infatti lo scrittore\, dopo essere evaso dai «Piombi» ed aver vagato in Europa in cerca di un impiego degno di lui\, lascia il segno del suo talento di brillante narratore nelle raccolte librarie della Biblioteca Civica “Attilio Hortis”. Su questi scaffali sono collocati undici esemplari delle opere dell’avventuriero veneziano e alcuni articoli di politica internazionale sull’«Osservatore triestino». Dalla scelta degli esemplari a stama della “Hortis”\, scaturisce il ritratto di uno scrittore dalla scrittura chiara ed avvincente\, assiduo spettatore dei teatri di Trieste e catalizzatore dell’attenzione nei salotti della buona società. \nL’esposizione nasce dalla collaborazione con il progetto dell’Università Ca’Foscari\, incentrato sulle attività di ricerca e di divulgazione del Dipartimento di Studi Linguistici e Culturali Comparati (DSLCC) sotto la direzione di Antonio Trampus ed è coordinata con l‘esposizione di via Torino “In viaggio con Casanova. Porti e approdi dall’Adriatico al Levante: Trieste\, l’Istria\, Fiume e la Dalmazia”.
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LOCATION:Museo Petrarchesco Piccolomineo\, via Madonna del Mare 13\, Trieste\, Italy
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SUMMARY:Modernismi. La Venezia Giulia fra Liberty e Art Déco
DESCRIPTION:Questa mostra è un tentativo di uno sguardo d’insieme nell’arte – meglio dire: nelle arti – della Venezia Giulia\, con l’occhio rivolto anche a Fiume e alla Dalmazia dall’inizio del Novecento sino agli anni Trenta del secolo trascorso. Una visione a 360 gradi fra architettura\, scultura\, decorazione\, pittura\, illustrazione\, arti applicate\, artigianato\, “costume”\, cercando il tempo\, l’artista e l’opera e andando ad incontrare sì chi nacque\, visse e creò in quest’area\, ma anche chi trovò fortuna altrove e qui non sarebbe più tornato e per la Venezia Giulia non avrebbe mai\, o quasi\, dato. Ancora: in mostra vediamo anche altre realtà e altri geni\, di altri luoghi\, che produssero per la nostra terra. E un ultimo spunto: la Venezia Giulia vivrà i tempi fra il Liberty e il Déco celando e scoprendo dietro le occhiaie liberty dei palazzi\, oltre quei muri che poi si squadreranno più secchi quando il decoro floreale lascerà spazio alle semplificazioni\, mille sorprese nell’arredo e nell’oggetto che fa bella la casa. Porcellane\, ceramiche\, bronzi\, vasi\, vetri\, pannelli che in trenta/quarant’anni ci mostreranno quanto questa terra sia stata capace di accogliere ed apprezzare il meglio che il mercato poteva offrire. A Trieste\, ma anche a Pola\, a Fiume\, a Gorizia\, non sarà difficile ritrovare oggetti di grandi firme\, il servizio di bicchieri che esce dal disegno di Hoffmann\, il piatto della Wiener Werkstätte\, la donnina in bronzo di Chiparus\, il vaso di Gallé o la ciotola di Lalique. Fino a scoprire che anche in case non ricchissime poteva trovare spazio una ceramica della Lenci\, una testa femminile inventata da Sandro Vacchetti\, una piastrella di Gio Ponti\, un pochoir di Brunelleschi o un bucchero\, se non un bronzo\, di Cambellotti. Anche questa sarà la Venezia Giulia fra Liberty e Déco\, quella che in questa rassegna cercheremo di mostrare.\nLiberty. Alzi gli occhi\, giri per Trieste\, trovi facciate\, strutture\, decorazioni\, portoni e portali. A Fiume la stessa cosa. Architetti\, alcuni grandi\, una manciata grandissimi\, alcuni assai poco noti. Pure l’impronta secessionista\, il colpo di frusta da japonisme o la razionalizzazione di cerchi e linee rette da Wiener Werkstätte\, offrono toni e colpi da maestro. Decoratori\, gli uomini che servono per condire la scena delle scelte dell’architetto\, se non scultori per dare un profumo ancora più forte. Fiori stilizzati\, la rosa di Mackintosh\, ripresa e perpetuata sulle facciate delle case.\nDéco. Nelle cose\, più che nelle case. A volte\, sulle case; sicuramente\, dentro le case.\nScultura. Da Ruggero Rovan sino a Ivan Rendić\, poi Giovanni Marin che liberteggia e\, dopo un attimo\, Attilio Selva. Poi c’è Franco Atschko-Asco\, ci sono i suoi allievi\, si trasfigura: Déco’ Qui il pensiero va verso due scultori giovanissimi\, Marcello Mascherini e Ugo Carà.\nNaturalmente\, pittura e illustrazione poiché sovente il pittore è anche illustratore. E viceversa. Nella Venezia Giulia individuare un pittore che sia squisitamente liberty oppure definibile déco non è cosa facile. Rudolf Kalvach\, viennese/triestino\, cos’è’ Come definire\, dove inserire le xilografie del porto di Trieste’ Ma\, poi\, nella sua esperienza alla Wiener Werkstätte\, quelle cartoline con gli esseri grotteschi\, in colori forti e\, soprattutto\, netti sono Secessione’\nArgio Orell\, con studi monacensi\, allievo di von Stuck\, può essere inserito nella dimensione secessionista\, per un periodo e per parte della sua produzione. Così Vito Timmel\, che fu a Vienna e avrebbe voluto essere\, senza riuscirsi\, allievo di Klimt. E di chiara e squisita ispirazione klimtiana restano alcune sue opere superbe. Poi\, però\, tanto quanto Orell\, in pittura\, si avvicinerà ai canoni novecentisti\, altrimenti i modi di Timmel potranno essere inseriti in una dimensione déco\, anche qui\, però\, per un periodo e per parte della sua produzione. Liberty\, senz’altro\, sarà il poco noto\, eppure formidabile\, allievo di Orell\, Umberto Schiavon\, che ci ha lasciato alcune opere di rara efficacia e di eccelsa capacità decorativa. Egli esemplificherà in maniera suggestiva il passaggio dal Liberty al Déco.\nDéco: il più genuino esempio nostro è Mariella Polli\, in arte Popi. “Figurinista” la Popi\, negli anni Trenta\, interpretò l’Art Déco con uno stile da farsi rivale a Gio Ponti e le sue donnine\, le deliziosamente frivole cocotte\, i profili che nulla hanno da invidiare agli Accornero\, i colori pastello e l’uso dell’argento e della porporina\, ne fecero la perfetta interprete del momento.\nForse tutto questo lo avremmo potuto trovare ovunque. Ma la nostra è stata terra di passaggio\, con un mare grande\, con navi che imbarcavano e sbarcavano\, terra di incontro di gente e di gusti\, di nuovo ed antico. Sì\, fra il nascere del Novecento e gli anni Trenta\, pur con una guerra grande in mezzo e una che sarebbe arrivata a rivoltare il mondo\, l’arte\, anche nelle piccole cose\, l’arte\, anche nel quotidiano\, sarebbe arrivata da ogni dove\, a portare opere grandi e minime\, a mostrare segni. Fra Liberty e Déco. E questi che vedrete sono solo piccoli spunti.
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LOCATION:Museo della Civiltà Istriana Fiumana e Dalmata\, via torino
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SUMMARY:La Fototeca in piazza. Scatti di storia e storie
DESCRIPTION:La mostra è stata ideata e realizzata dal Servizio Promozione Turistica\, Musei\, Eventi Culturali e Sportivi del Comune di Trieste\, da Stefano Bianchi\, P.O. dei Musei Storici e Artistici ed è stata curata da Claudia Colecchia\, responsabile della Fototeca e Biblioteca dei Civici Musei di Storia ed Arte. \nNel 2025 ricorre il centocinquantesimo anniversario della costruzione del palazzo municipale di Trieste\, edificio che domina Piazza Unità d’Italia e ne costituisce il fulcro istituzionale e simbolico. La ricorrenza offre l’occasione per estendere lo sguardo sull’intero spazio urbano che lo accoglie\, esplorandone le trasformazioni lungo l’asse non sempre rettilineo del tempo\, a partire dalle prime testimonianze fotografiche. \nOltre 40 fotografi\, tra cui Carlo e Giuseppe Wulz\, Ferdinando Ramann\, Carlo Wernigg\, Pietro Opiglia\, Adriano de Rota\, Ugo Borsatti\, l’agenzia Giornalfoto\, Tullio Stravisi\, Gianni Berengo Gardin\, Franco Fontana e Marino Sterle documentano momenti\, volti\, gesti e atmosfere. Le vedute più antiche restituiscono una piazza brulicante affiancata dal giardino ottocentesco: esercizi commerciali\, barbieri\, ambulanti e bancarelle\, tram affollati\, alberghi\, caffè. Sullo sfondo i velieri evocano il ruolo storico della città come porto imperiale. \nAltre immagini raccontano i momenti iconici: l’attesa delle navi del 1918\, i tragici giorni del 1953 e le emozioni del 1954 per il ritorno di Trieste all’Italia. \nNon mancano scatti di indimenticabili lampi di quotidianità\, come la piazza sferzata dalla bora\, le riprese di Senilità\, con una giovane Claudia Cardinale\, gli eventi sportivi e le storie movimentate della fontana dei quattro continenti. Cuore visivo e simbolico dell’identità triestina\, la piazza è un habitat fortemente vissuto\, crocevia di tensioni sociali\, spinte e istanze identitarie\, proscenio dove la città si interroga e si racconta generazione dopo generazione\, attraverso l’inesauribile linguaggio fotografico. \nIn esposizione trovano posto anche oggetti di vita quotidiana e curiosità: dal gioco della campana\, al prezioso mandolino in vendita presso il negozio di Carlo Schmidl\, ai rasoi dei barbieri\, fino alle tazzine da caffè e alla tazza dotata di copribaffi di fine Ottocento. A impreziosire ulteriormente il percorso espositivo contribuiscono materiali inediti\, macchine fotografiche storiche e guide turistiche che rendono la visita un’esperienza coinvolgente e sorprendente.
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LOCATION:Sala Attilio Selva\, Via Rossini Gioacchino\, Trieste\, Trieste\, Italy
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SUMMARY:Volti di donna. Nella Trieste della Belle Époque
DESCRIPTION:Sabato 17 gennaio alle ore 11\, nella Sala Sbisà del Magazzino 26 nel Porto Vecchio di Trieste\, si inaugura la mostra a cura di Claudio Ernè e Massimiliano Muner\, “Volti di donna. Nella Trieste della Belle Époque”\, un percorso espositivo che restituisce alla città uno sguardo sorprendentemente moderno sulla sua vita quotidiana agli inizi del Novecento.\nL’esposizione\, visitabile fino al 15 marzo 2026\, riunisce 70 fotografie stampate su pannelli e 100 fotografie originali\, componendo un insieme di grande fascino che permette di riscoprire atmosfere\, gesti e volti di un’epoca in trasformazione.\nLe immagini provengono dal lavoro di un fotografo rimasto anonimo\, capace di raccontare con freschezza e spontaneità la Trieste che precedette il primo conflitto mondiale. Il suo obiettivo si posa sui frequentatori dei caffè e delle vie del centro\, sul pubblico elegante dell’ippodromo\, sulle balie con i bambini\, sui passeggeri dei vaporetti che animavano il porto. Ma soprattutto sulle donne: cappellini\, abiti elaborati\, gioielli e sguardi compongono una sorta di sfilata urbana che restituisce la vitalità della Belle Époque triestina. Il taglio delle sue fotografie\, sorprendentemente moderno per l’epoca\, anticipa di decenni lo stile che sarebbe poi diventato tipico della fotografia di reportage con l’arrivo della Leica. Non mise mai in posa i suoi soggetti: attese l’attimo\, lo colse e lo consegnò alla storia.\nUna parte delle immagini è stata oggi restituita al colore grazie all’intelligenza artificiale\, permettendo di immaginare come potessero apparire abiti\, pellicce\, cappellini e architetture. Il desiderio di superare il bianco e nero\, già vivo nella Belle Époque\, trova così una nuova forma contemporanea\, in continuità con le sperimentazioni dell’epoca\, quando atelier e cineasti coloravano a mano fotografie e pellicole\, come accadde nel celebre Cabiria del 1914.\nLa mostra (17 gennaio- 15 marzo) è accompagnata da un ricco calendario di incontri a ingresso libero\, che si svolgeranno tra la Sala Sbisà del Magazzino 26\, la Sala Bazlen di Palazzo Gopcevich e la Sala Luttazzi. Sono previsti la presentazione del catalogo della mostra a cura di Claudio Erné con un contributo di Arianna Boria e l’impaginazione grafica di Cristina Vendramin\, visite guidate\, ritratti realizzati dal vivo con la minutera di Daniele Sandri\, approfondimenti sulla moda e sui percorsi femminili nell’area alto-adriatica\, visite teatralizzate sulle protagoniste femminili dell’epoca\, una proiezione cinematografica “Il dilemma dell’identità” di Sabrina Morena e un appuntamento musicale con Paolo Venier.\nL’iniziativa è realizzata dalla Casa del Cinema di Trieste con il contributo della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia e delle Fondazioni Casali\, in collaborazione con Associazione Hubgrade\, I.R.C.I.\, Ordine dei Giornalisti del Friuli Venezia Giulia e Trart\, e in coorganizzazione con il Comune di Trieste – Assessorato alle Politiche della Cultura e del Turismo.
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LOCATION:Sala Carlo Sbisà\, porto vecchio\, Trieste\, Trieste\, Trieste\, Italy
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SUMMARY:Odissee. L'esperienza dell'orizzonte
DESCRIPTION:Sabato 7 marzo 2026 alle ore 17 in occasione della chiusura della mostra (8 marzo) si terrà un finissage in presenza dell’artista Alfonso Firmani a cui seguiranno delle letture da parte di Sara\nAlzetta\, attrice e performer. Laureata in filosofia\, ha studiato al Piccolo di Milano e all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico. Ha lavorato prevalentemente a Milano (Giorgio\nStrehler). \nPer l’occasione la mostra chiuderà alle ore 19. \nLa mostra\, realizzata in coorganizzazione con il Comune di Trieste\, Assessorato alle Politiche della Cultura e del Turismo\, fa parte del progetto CHRONOCROMA Memorie\, conflitti ed ecologie nell’arte contemporanea e rientra nell’ambito del bando Manifestazioni Espositive 2025\, Regione Friuli Venezia Giulia. “ \n“Odissee. L’esperienza dell’orizzonte”\nLe nostre esistenze si muovono su di un piano delimitato da barriere\, da confini dentro ai quali fingiamo di sentirci sicuri. \nViviamo in città prive di sbocchi verso l’orizzonte e la sua vocazione all’infinito. Sembra che il nostro destino si possa nutrire solo della ineluttabilità del cibo necessario al rafforzamento del nostro ego. \nCrediamo che la sola dimensione possibile sia quella di un ordine regolato nei confronti del quale non c’è che da soggiacere e dentro al quale l’unica strada possibile sia quella dell’affermazione del proprio io. \nMa uno sguardo persistente\, reiterato verso l’orizzonte\, può aiutare a raggiungere la percezione di altri piani sui quali orientare la ricerca e il nostro viaggio verso l’accettazione della continua trasformazione del tutto. \nL’idea che stava alla base del progetto era proprio quella di attivare quello sguardo persistente verso l’orizzonte e trasformarlo in una narrazione. \nUn viaggio a cui sottrarre l’idea della meta; una sorta di Odissea senza Itaca\, attraversando anche le sue carcasse fumanti; un concedersi completamente all’assenza del limite\, attraversando le terre di nessuno prive di identità\, come una nuova frontiera invisibile senza più nessuna biografia\, eliminando tutte quelle strutture consolatorie che trovi nel tuo quotidiano. \nLa mappatura del viaggio è un insieme di parole che danno il ritmo\, la traiettoria: assenze\, dissolvenze\, disassamenti; desideri\, spezie\, segreti\, intuizioni\, corrispondenze; luci di lune\, terre da attraversare o da portate con sé\, isole nuove a cui approdare. \nE questo mare infinito negli occhi\, oscillando tra orrore e bellezza. \nIn mostra sarà proiettato il video “Odissee. L’esperienza dell’orizzonte” \nediting: Nanni Spano \nmusiche di Andrea Michelutti \nWorkshop\nIl workshop è indirizzato agli studenti dei licei artistici delle città di Trieste\, Udine e Gorizia . \nSi svilupperà in due appuntamenti in due giornate consecutive. L’obiettivo è quello di stimolare un’esperienza artistica legata al tema attraverso una riflessione sui contenuti espressi dall’esposizione\, una riflessione sull’arte contemporanea e sulle diverse tipologie di linguaggi che le sono proprie; la definizione del percorso creativo capace di individuare la miglior forma possibile in relazione ai contenuti espressi dal tema. Inoltre il workshop\, come obiettivo operativo\, promuoverà una esperienza progettuale sempre legata al tema. \nPrima giornata\nLezione teorica relativa all’individuazione delle varie articolazioni del tema: \n\n– orizzonte come limite del conoscibile\n– orizzonte e indicibile\n– orizzonte geometrico come linea a cui appartengono tutti i punti di fuga delle linee di profondità\n– orizzonte come elemento compositivo\n-l’orizzonte e il corpo umano\nl’esperienza dell’orizzonte nell’arte contemporanea.\n\nSeconda giornata\n\n-impostazione di un’ipotesi progettuale avente come tema centrale quello dell’esperienza dell’orizzonte\n-produzione di un elaborato grafico capace di sintetizzare la suddetta ipotesi.\n\nChronocroma\nI colori hanno sempre suscitato dibattiti tra filosofi\, psicologi\, scienziati e pittori. Ogni colore evoca infatti emozioni e stati d’animo differenti\, e può essere legato a eventi specifici\, assumendo un ruolo fondamentale nella nostra personale interpretazione del mondo. \nIl modello additivo RGB\, composto da tre colori primari – rosso\, verde e blu – rappresenta lo spettro dei colori visibili e si presta a una riflessione artistica che attraversa il tempo e lo spazio. \nIl progetto “RGB: significanti artistici tra attuale\, memoria e futuro” si sviluppa su tre linee temporali\, ciascuna rappresentata da un colore e un orizzonte distinti. Ogni colore rappresenta una dimensione specifica\, offrendo un punto di vista critico sulla relazione tra arte\, società e tempo. Le linee si intrecciano dinamicamente durante le manifestazioni\, proponendo prospettive in continua evoluzione. \nAlfonso Firmani\nAlfonso Firmani si è formato presso lo I.U.A.V di Venezia alla fine degli anni ‘70 immerso nello spirito culturale di quegli anni. Nel 1982 ha aperto a Udine il suo studio professionale e dal 1987 è docente di progettazione architettonica e progettazione scenografica presso il Liceo Artistico Sello. \nÈ stato tra i fondatori dei gruppi artistici “Magazzino” e CasAltrove. \nHa esposto in numerose mostre personali e collettive a Parigi\,Vilnius\,Venezia\, Novara\, Vercelli\, Vienna\, Bologna\, Udine\, Trieste. \nLa sua ricerca in campo artistico sperimenta contaminazioni tra diversi linguaggi. Le composizioni si ispirano ai temi strutturanti l’arte contemporanea e alla capacità dei suoi linguaggi di rivelazione e di evocazione. L’impianto poetico è basato su un’idea di una narrazione sviluppata attraverso la tecnica compositiva delle corrispondenze e il loro automatismo inconscio in grado di svelare direzioni di senso orientate alla formulazione delle giuste domande. I suoi lavori sono molto spesso ispirati dallo spazio in cui opera\, spazio che viene inteso come un impianto drammaturgico all’interno del quale il tema viene messo in scena. Una sorta di autonomo microcosmo dove tutto succede e si risolve nelle corrispondenze tra i vari elementi\, dove tutto si raccoglie e parte verso l’ignoto approdo di chi guarda. \nInfo:\ndaydreamingproject2022@gmail.com\nGiovanni Spano 3337245244
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SUMMARY:La strage dimenticata - Vergarolla e il suo eroe\, il dottor Geppino Micheletti 1946-2026
DESCRIPTION:Lunedì 9 febbraio\, alle ore 17.30 inaugurazione della mostra \nSiamo nel 1946\, la guerra è finita ma non è ancora chiusa e per la Venezia Giulia\, il palcoscenico in cui si recita questo ennesimo assurdo umano\, il presente significa occupazione straniera: l’Istria\, di fatto\, quasi tutta alla Jugoslavia di Tito\, Trieste e Gorizia\, non perdute\, ma in amministrazione militare anglo-americana e Pola\, anch’essa non perduta\, ma enclave sotto governo militare inglese. Siamo al 18 di agosto e sulla spiaggia di Vergarolla\, subito fuori Pola\, un’enorme folla si è raccolta ed è la non solo per fare il bagno ma anche per assistere alle gare sportive in mare\, nuoto\, tuffi\, vela\, canottaggio: si celebrano i sessant’anni della società sportiva nautica Pietas Julia\, emblema di patriottismo e italianità.  E la sera\, su quella spiaggia e in quella bella pineta\, ci sarà una grande festa. Sulla riva\, accatastate ai bordi della pineta\, un cumulo di mine\, enormi residuati bellici\, recuperate e disinnescate\, sembrano testimoni ingombranti e senza ricordi di un cruento già stato. E invece no: all’improvviso\, subito dopo le 14\, scoppia tutto\, i corpi volano a brandelli e la carne dell’uomo diventa il pasto più macabro e truculento per l’inconsapevole gabbiano. È una strage\, non fortuita ma provocata da una mano maligna che va ad innescare ciò che era disarmato\, che dà la chiave per liberarsi al mostro imprigionato. Più di cento sono i morti e senza numero i feriti: tonnellate di carne umana martoriata che arrivano all’ospedale Santorio di Pola dove Geppino Micheletti\, unico chirurgo in servizio\, opera per ore ed ore. Non si ferma neanche quando gli dicono che i suoi due unici bimbi\, Carletto\, nove anni\, e Renzo\, solo quattro\, sono fra i morti. E così suo fratello Alberto e sua cognata Caterina che stavano là con i piccoli: Micheletti non crolla davanti al dolore\, sa che altre vite sono nelle sue mani. Solo nelle sue.\nAll’ospedale Santorio accorrono tutte le autorità di Pola e il 20 agosto\, giorno del funerale. È una tragedia cittadina paragonabile al primo bombardamento del 9 gennaio 1944\, ma questa ha la calcolata forza di annichilire la popolazione in un momento di illusoria serenità. Dirà Radio Venezia Giulia: «Le mine non potevano scoppiare per autocombustione o da sole. Era necessario applicare uno o più detonatori». Un atto criminale\, un attentato e una strage. Ancora: «Chi lo ha fatto? Chi ha avuto la mostruosa idea di un attentato contro la popolazione italiana di Pola?».\nPer i morti\, dopo due giorni\, viene proclamato il lutto cittadino e le esequie funebri sono celebrate dal vescovo Raffaele Radossi. Solo 64 salme sarà possibile ricomporre nelle bare e\, fra queste\, il corpicino straziato di Carletto e niente\, tranne una scarpa e i suoi giocattoli\, in quella di Renzo. \nGeppino Micheletti (nato Michelstaedter)\, cugino del filosofo Carlo Michelstaedter\, morto suicida nel 1910\, era figlio di Giuseppe e Irma Majer ed era nato a Trieste il 18 luglio del 1905. Si sarebbe laureato in medicina nel 1929 specializzandosi\, con il massimo dei voti\, in chirurgia nell’anno accademico 1937/38. Un’altra specializzazione\, in ortopedia e traumatologia\, la otterrà nel 1945/46. Sarà aiuto chirurgo all’ospedale Santorio di Pola a partire dal 1935 e là continuerà ad operare sino alla chiamata alle armi nel 1941. Dopo il congedo del 30 giugno 1945\, rientrerà ancora in servizio all’ospedale di Pola. \nLa mostra resterà aperta fino al 5 luglio 2026\, ogni giorno con il seguente orario: 10.30-12.30 e 16.30-18.30. INGRESSO LIBERO \nMercoledì 18 marzo alle 17.00 visita guidata alla mostra a cura del dott. Piero Delbello.
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SUMMARY:Voci della Guerra Fredda
DESCRIPTION:Al primo piano del Museo di guerra per la pace “Diego de Henriquez” venerdì 20 febbraio 2026\, ore 15.30\, verrà inaugurata la mostra “Voci della Guerra Fredda” realizzata da Storigrafica APS in coorganizzazione con il Comune di Trieste\, che intende ripercorrere l’esperienza di migliaia di giovani che prestarono servizio di leva nel Friuli Venezia Giulia nel periodo della Guerra Fredda\, illustrando le memorie della “naja” e della vita in caserma basate su testimonianze orali di imprescindibile importanza. \nL’esposizione darà spazio alla dimensione umana del servizio militare in un percorso che intende offrire al pubblico un’esperienza immersiva e interattiva\, volta a coniugare rigore storico\, tecnologia e coinvolgimento fisico: il percorso espositivo\, infatti\, sarà composto da otto totem dotati di QR Code di approfondimento\, da un allestimento ”touch and try” per cui sarà proposta l’esperienza tangibile di una camerata di soldati\, da un documentario finale riepilogativo del progetto complessivo e della mostra stessa. \nLa mostra costituisce la sintesi del progetto di ricerca di storia orale che ha generato il portale vociguerrafredda.it. Al centro della mostra non ci sono solo le strategie militari\, ma soprattutto le vite\, i ricordi e la quotidianità di chi ha vissuto per mesi o anni all’interno delle caserme e delle fortificazioni del Friuli Venezia Giulia\, regione che per quasi cinquant’anni ha rappresentato il fulcro della difesa nazionale. \nIl progetto\, realizzato dall’Associazione di Promozione Sociale Storigrafica con il contributo della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia e di CiviBank – Gruppo Sparkasse\, attinge a un vasto archivio di interviste e memorie. La mostra esplora il legame profondo tra i reparti militari e il tessuto sociale locale\, raccontando un’epoca in cui la presenza di soldati e ufficiali ha plasmato l’economia e il paesaggio di intere comunità. \nAll’inaugurazione di venerdì 20 febbraio 2026 alle ore 15.30\, i curatori Massimo Sgambati e Lorenzo Ielen condurranno i presenti in un percorso che alterna documenti storici e racconti in prima persona\, illustrando come la ricerca orale sia riuscita a recuperare frammenti di storia che rischiavano di andare perduti con la chiusura delle grandi caserme regionali. \nLa mostra sarà visitabile dal 21 febbraio al 12 aprile 2026\, dal mercoledì alla domenica\, ore 10.00-17.00\, con ingresso incluso nel biglietto del Museo di via Cumano\, 22. Ingresso provvisorio da via dei Tominz\, 4.  \nPossibili variazioni d’orario saranno segnalate sui canali di comunicazione del Museo.
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LOCATION:Museo della Guerra per la Pace Diego de Henriquez\, Via Cumano\, 22\, Trieste\, Italy
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SUMMARY:Francesca Pozzobon. Un infinito intrattenimento
DESCRIPTION:S’inaugura sabato 21 febbraio alle ore 18.30 a Trieste\, alla Sala Veruda di Palazzo Costanzi\, la mostra Francesca Pozzobon. Un infinito intrattenimento\, organizzata dall’Associazione Pic Nick Art Cafè APS e curata dall’architetto Marianna Accerboni: attraverso una quarantina di opere – tra dipinti\, sculture e oggetti realizzati fra il 1967 e gli anni Duemila -\, la rassegna\, concepita con un taglio antologico\, propone per la prima volta a Trieste la creatività della pittrice e restauratrice veneta Francesca Pozzobon (Montebelluna\, 1950 – 2023). Formatasi all’Istituto d’arte di Venezia\, ha vissuto a Losanna e ad Asolo\, dove ha svolto per molti la professione di artista\, restauratrice e antiquaria. Ha esposto in varie mostre personali\, destando curiosità e largo consenso. \nL’arte come terapia profonda: Francesca Pozzobon nasce a Montebelluna\, ai piedi del Montello\, nel 1950. È dolce\, sensibile\, molto attaccata alla famiglia. Ama la bellezza e l’arte – scrive la curatrice Marianna Accerboni -\, che pratica fin dall’età di 14 anni\, e\, tra i suoi sogni\, c’è la maternità. Un desiderio intenso\, che ben presto verrà spezzato a causa di un intervento medico. Francesca soffre e si rinchiude in se stessa. Ma l’8 maggio di uno dei suoi anni giovanili accade una sorta di piccolo miracolo. L’inclinazione per l’arte\, che la porterà a svolgere lungo tutta la sua vita la professione di restauratrice e antiquaria nella magnifica cornice e stimolante atmosfera di Asolo\, le offre una via d’uscita straordinaria. Dalla sua brillante e morbida capacità di fantasticare nasce Taormino: il figlio che non potrà mai avere\, esce dalla sua penna e dai suoi pennelli\, vitale e invincibile\, proprio come lo sono i sogni più belli. \nFrancesca lo disegna secondo un fare libero ed espressionista e a lui dedica molto della sua brillante e vivace creatività. E a Taormino\, che così ha voluto chiamare proprio perchè scaturito nel contesto di un soggiorno a Taormina con l’amica psichiatra che le aveva suggerito d’insistere lungo la via dell’arte come medicina dell’anima\, dedica anche un libro\, che viene esposto in questa mostra\, allestita per ricordare la figura e la creatività di Francesca\, la cui delicata bellezza esteriore era pari a quella interiore. \nNella rassegna è ospitato anche un video\, che racconta in maniera diffusa il suo atelier che\, come accade spesso agli artisti\, era tutt’uno con l’abitazione che si affaccia su un giardino dalla dolcezza veneta. Qui è racchiuso tutto il suo mondo\, dai colori sgargianti ma nel contempo delicati e soffusi. Racchiude affascinanti dipinti della mente\, paesaggi e fantastiche figure surreali\, spesso tenere e giocose\, bidimensionali e tridimensionali\, fini incisioni e “strappi d’autore”\, cui l’artista affida anche messaggi e pensieri autobiografici e liberatori. Accanto ci sono reperti antiquariali spesso legati alla tradizione veneta e\, oggetti\, a volte dal sapore infantile\, trovati o rielaborati attraverso l’arte molto contemporanea del riciclo o la memoria dell’object trouvé di duchampiana memoria. \nFrancesca crea\, conserva e ricrea – conclude Accerboni -\, dimostrando un’inesauribile fantasia\, che rende quasi immortale la sua umana vicenda\, grazie anche alla sensibilità della famiglia che ha voluto mantenerne intatto il messaggio conservato come in un piccolo museo\, dove lei ha operato fino all’epilogo\, nel settembre del 2023. \nL’Associazione Pic knit Art Cafè APS nasce a Trieste nel 2014 con l’intento di divulgare e promuovere l’arte\, la manualità creativa e l’aggregazione sociale\, attraverso un’intensa attività in ambito cittadino\, regionale e su tutto il territorio nazionale\, attraverso progetti di opere collettive a scopo benefico\, mostre\, corsi e laboratori. Da sempre è particolarmente sensibile e attiva nell’ambito delle problematiche di genere\, con focus sulla promozione e intervento in ambito femminile. \nLe tematiche di questa artista sono intrinsecamente legate al mondo femminile: la sublimazione del desiderio di maternità\, l’amore per i bambini\, la resistenza e tenacia nella spontaneità del linguaggio solo apparentemente infantile e giocoso. \n“Il genio di Francesca e le sue straordinarie capacità manuali\, ci hanno affascinate e conquistate da subito” affermano Mariagrazia Giacomini\, presidente\, e Luisa De Santi\, fondatrice e vicepresidente dell’Associazione Pic Nick Art Cafè. “In un momento in cui l’arte digitale e l’intelligenza artificiale stanno invadendo la vita di tutti i giorni\, influenzando pesantemente l’arte e la cultura\, ci è apparso estremamente importante\, oltre che straordinariamente in linea con i nostri obiettivi associativi\, far conoscere ad un ampio pubblico la sensibilità di questa artista e far comprendere la sua arte. Osservando le sue opere ci siamo sentite trasportate magicamente in un mondo che supera i sentieri della logica\, in un viaggio a ritroso nell’infanzia che supera i confini di spazio e tempo. \nQuesta mostra – concludono Giacomini e De Santi – sarà l’occasione per dimostrare come l’intelligenza del “saper fare” di Francesca\, sia caratteristica propria del femminile e del suo potere generativo e creativo in cui sogni\, desideri e ricordi si fondono in un gesto artistico\, ma anche in un gesto capace di cogliere la fatica del vivere quotidiano\, accoglierla\, accudirla e nel trasformarla\, curarla”. \n 
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LOCATION:Sala Umberto Veruda\, Piazza Piccola\, 2\, Trieste\, Trieste\, Italy
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