Lunedì 9 febbraio, alle ore 17.30 inaugurazione della mostra
Siamo nel 1946, la guerra è finita ma non è ancora chiusa e per la Venezia Giulia, il palcoscenico in cui si recita questo ennesimo assurdo umano, il presente significa occupazione straniera: l’Istria, di fatto, quasi tutta alla Jugoslavia di Tito, Trieste e Gorizia, non perdute, ma in amministrazione militare anglo-americana e Pola, anch’essa non perduta, ma enclave sotto governo militare inglese. Siamo al 18 di agosto e sulla spiaggia di Vergarolla, subito fuori Pola, un’enorme folla si è raccolta ed è la non solo per fare il bagno ma anche per assistere alle gare sportive in mare, nuoto, tuffi, vela, canottaggio: si celebrano i sessant’anni della società sportiva nautica Pietas Julia, emblema di patriottismo e italianità. E la sera, su quella spiaggia e in quella bella pineta, ci sarà una grande festa. Sulla riva, accatastate ai bordi della pineta, un cumulo di mine, enormi residuati bellici, recuperate e disinnescate, sembrano testimoni ingombranti e senza ricordi di un cruento già stato. E invece no: all’improvviso, subito dopo le 14, scoppia tutto, i corpi volano a brandelli e la carne dell’uomo diventa il pasto più macabro e truculento per l’inconsapevole gabbiano. È una strage, non fortuita ma provocata da una mano maligna che va ad innescare ciò che era disarmato, che dà la chiave per liberarsi al mostro imprigionato. Più di cento sono i morti e senza numero i feriti: tonnellate di carne umana martoriata che arrivano all’ospedale Santorio di Pola dove Geppino Micheletti, unico chirurgo in servizio, opera per ore ed ore. Non si ferma neanche quando gli dicono che i suoi due unici bimbi, Carletto, nove anni, e Renzo, solo quattro, sono fra i morti. E così suo fratello Alberto e sua cognata Caterina che stavano là con i piccoli: Micheletti non crolla davanti al dolore, sa che altre vite sono nelle sue mani. Solo nelle sue.
All’ospedale Santorio accorrono tutte le autorità di Pola e il 20 agosto, giorno del funerale. È una tragedia cittadina paragonabile al primo bombardamento del 9 gennaio 1944, ma questa ha la calcolata forza di annichilire la popolazione in un momento di illusoria serenità. Dirà Radio Venezia Giulia: «Le mine non potevano scoppiare per autocombustione o da sole. Era necessario applicare uno o più detonatori». Un atto criminale, un attentato e una strage. Ancora: «Chi lo ha fatto? Chi ha avuto la mostruosa idea di un attentato contro la popolazione italiana di Pola?».
Per i morti, dopo due giorni, viene proclamato il lutto cittadino e le esequie funebri sono celebrate dal vescovo Raffaele Radossi. Solo 64 salme sarà possibile ricomporre nelle bare e, fra queste, il corpicino straziato di Carletto e niente, tranne una scarpa e i suoi giocattoli, in quella di Renzo.
Geppino Micheletti (nato Michelstaedter), cugino del filosofo Carlo Michelstaedter, morto suicida nel 1910, era figlio di Giuseppe e Irma Majer ed era nato a Trieste il 18 luglio del 1905. Si sarebbe laureato in medicina nel 1929 specializzandosi, con il massimo dei voti, in chirurgia nell’anno accademico 1937/38. Un’altra specializzazione, in ortopedia e traumatologia, la otterrà nel 1945/46. Sarà aiuto chirurgo all’ospedale Santorio di Pola a partire dal 1935 e là continuerà ad operare sino alla chiamata alle armi nel 1941. Dopo il congedo del 30 giugno 1945, rientrerà ancora in servizio all’ospedale di Pola.
La mostra resterà aperta fino al 29 marzo 2026, ogni giorno con il seguente orario: 10.30-12.30 e 16.30-18.30. INGRESSO LIBERO
